Sistemi premi motivazione e coinvolgimento aziendale

Ogni anno, in migliaia di aziende, si ripete lo stesso rituale: si fissano gli obiettivi, si assegnano gli indicatori, si costruisce il sistema premiante. La logica è lineare, quasi rassicurante: se le persone raggiungono certi risultati, riceveranno un riconoscimento economico. Sulla carta non fa una piega.

Poi arriva una domanda che pochi hanno il coraggio di porsi. Se i premi funzionano davvero, perché così tante organizzazioni continuano a lamentare scarso coinvolgimento, poca collaborazione, resistenza al cambiamento?

Forse perché stiamo tutti cercando di comprare qualcosa che non è in vendita: la motivazione.

Per decenni il management ha letto il comportamento umano con un’aritmetica semplice – più incentivo, più impegno – e l’abbiamo assorbita senza discuterla, perché era ovunque. Ma chi guida persone ogni giorno sa che la realtà non obbedisce a quell’equazione. Esistono professionisti che danno il massimo senza alcun bonus, e persone che fanno il minimo indispensabile nonostante sistemi premianti sofisticatissimi. Probabilmente li avete entrambi in azienda, in questo momento.

Per capire il paradosso serve cambiare punto di osservazione: smettere di guardare l’individuo e guardare il sistema. Quando i risultati non arrivano, la tentazione è cercare subito il responsabile – chi non ha eseguito, chi non si è impegnato, chi ha mancato il target. È una reazione umana. Ed è quasi sempre un errore. William Edwards Deming, l’ingegnere e statistico che insegnò la qualità al Giappone del dopoguerra, sosteneva che la grande maggioranza dei problemi aziendali non dipende dalle persone, ma dai sistemi dentro cui quelle persone operano. È un concetto scomodo, perché sposta l’attenzione dai colpevoli alle cause. Due collaboratori con competenze simili ottengono risultati opposti in aziende diverse: cambiano i processi, le informazioni disponibili, le priorità, la leadership. Cambia il sistema. E il sistema pesa sui comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Ecco perché il dibattito sui bonus è quasi sempre mal posto. La domanda non è “quanto dobbiamo pagare le persone per ottenere risultati migliori”, ma “quali condizioni dobbiamo creare perché le persone possano esprimere il loro potenziale”. Sono due strade diverse: la prima prova a piegare il comportamento con una leva economica; la seconda costruisce chiarezza, responsabilità, significato.

E qui emerge la verità più profonda. Molte aziende credono di avere un problema di motivazione; in realtà hanno un problema di allineamento. Le persone non sanno dove si sta andando. Non vedono il filo che lega il loro lavoro quotidiano agli obiettivi dell’impresa. In queste condizioni nessun bonus potrà mai bastare, perché il denaro può aumentare l’intensità di uno sforzo, ma non può sostituire una direzione. Può accelerare il movimento; non può indicare la rotta. Non è un caso che Kaplan e Norton abbiano costruito le mappe strategiche proprio per questo: rendere visibile quel filo, a ogni livello dell’organizzazione.

Nessuno dice di abolire i premi. Riconoscere il merito è giusto, e lo resterà sempre. Diciamo che vengono dopo. Un incentivo dentro un sistema confuso compra obbedienza di breve periodo; lo stesso incentivo dentro un sistema chiaro celebra un percorso condiviso. Prima la direzione, poi il premio.

Perché il futuro non appartiene alle imprese che sapranno incentivare meglio. Appartiene a quelle che sapranno creare chiarezza, responsabilità e significato. Tutto il resto è una conseguenza.

In Metis è il lavoro che facciamo ogni giorno con la Balanced Scorecard e le mappe strategiche: prima di chiedere alle persone di correre più veloce, aiutiamo l’imprenditore a mostrare loro dove si sta andando, e perché vale la pena arrivarci insieme.

Una domanda, per chiudere: le persone della vostra azienda saprebbero dire, in una frase, dove state andando?

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Nicola Parrinello