anatomia di una frattura epocale

Anatomia di una Frattura Epocale

122: quando il valore di un essere umano diventa algoritmo

C’è un numero che definisce il nostro tempo meglio di qualsiasi analisi economica: 122.

È il rapporto tra il valore di mercato per dipendente di Nvidia e quello di Boeing. Non è una statistica. È una frattura nella realtà che conoscevamo. È il momento in cui il capitalismo, dopo aver trasformato tutto in merce, ha iniziato a prezzare diversamente gli esseri umani in base al loro posizionamento nella catena del valore digitale.

Stiamo perdendo qualcosa di fondamentale. Non è nostalgia del passato, è matematica del presente. Quando 1,7 milioni di lavoratori vengono espulsi in quattro mesi dall’economia americana, quando i dazi al 18,6% rappresentano la svolta protezionista più violenta dal 1933, quando sette aziende valgono il 37% di Wall Street, non stiamo assistendo a un’evoluzione. Stiamo assistendo a una mutazione che rischia di rendere obsoleta la maggioranza dell’umanità.

Il quadro globale è questo: l’America di Trump sta tentando l’impossibile – fermare il tempo con i dazi mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce il concetto stesso di valore. Ma guardiamo più da vicino: un ingegnere dell’AI può ricevere pacchetti retributivi da 200 milioni di dollari. Un operaio specializzato di General Motors – quello che una volta era la spina dorsale del sogno americano – guadagna 60.000 dollari l’anno. Non è più una differenza di classe. È una differenza di specie economica.

La discontinuità è totale. Non stiamo parlando dell’ennesima rivoluzione industriale dove i telai meccanici sostituivano quelli manuali ma il tessitore poteva imparare a usare le nuove macchine. Qui la differenza è ontologica. Le competenze che servono per programmare un sistema di AI generativa non sono un’evoluzione di quelle che servono per assemblare un’automobile. Sono competenze di un altro pianeta cognitivo.

alienazione dell'uomo

Marx parlava di alienazione del lavoratore dal prodotto del suo lavoro. Oggi assistiamo all’alienazione del lavoratore dal processo stesso di creazione del valore. Non capisci cosa produce valore, non puoi partecipare alla sua creazione, non hai gli strumenti cognitivi per entrare in quel gioco.

Paul Krugman nota che il peso delle importazioni sull’economia americana è quattro volte superiore al 1933. Il Bureau of Labor Statistics conta 8,3 milioni di occupati nell’edilizia, 12,7 nella manifattura, ma solo 376.000 nella produzione di semiconduttori. Lo Yale Budget Lab dimostra che i dazi colpiscono proporzionalmente di più le famiglie povere. Non sono opinioni. Sono fatti che delineano una traiettoria precisa: polarizzazione crescente, insostenibile, sistemica.

Il percorso tradizionale – studio, lavoro, carriera, pensione – è definitivamente morto. Ma quali sono le opzioni reali?

Prima opzione: l’illusione del ritorno

È quello che Trump sta tentando con i dazi. Proteggere i lavori del Novecento mentre il Duemila è già finito e siamo nel futuro. È destinata al fallimento, ma nel frattempo genera stagflazione: più inflazione (i prezzi incorporano i dazi), meno crescita (l’economia rallenta), più disuguaglianza (chi può permetterselo investe nell’AI, gli altri subiscono).

Seconda opzione: l’accelerazione tecnologica totale

Lasciare che il mercato faccia il suo corso, che i 122 diventino 1000, che le due società occidentali – quella digitale-finanziaria che vola e quella materiale-produttiva che arranca. Attenzione, non sono solo due Americhe. Sono anche due Europe, due Italie, due mondi che convivono nelle stesse città, negli stessi territori, sempre più distanti e sempre meno comunicanti. È efficiente nel breve termine, esplosiva nel medio, apocalittica nel lungo. Nessuna società nella storia è sopravvissuta a livelli di disuguaglianza così estremi.

Terza opzione: Ridefinire il contratto sociale

Quella che nessuno sta esplorando seriamente. Ridefinire il contratto sociale per l’era dell’intelligenza artificiale.

Ma qui si apre lo spazio per un pensiero nuovo. Se il valore non è più nel lavoro fisico né in quello intellettuale routinario, dove risiede? Forse in quello che l’AI non può fare: creare significato, costruire relazioni autentiche, navigare l’ambiguità etica, immaginare futuri che non siano estrapolazioni del passato.

La domanda non è come fermare questa trasformazione – è impossibile. La domanda è come attraversarla mantenendo una società coesa. Come distribuire i benefici dell’AI senza creare una casta di tecno-sacerdoti e una massa di irrilevanti economici.

Il numero 122 non è destino. È un campanello d’allarme.

Come abbiamo già analizzato parlando della strategia dei dazi trumpiani, quello che sembra caos è in realtà disegno. Ma mentre i dazi tentano di proteggere il vecchio mondo produttivo, l’AI sta già costruendo il nuovo. E nel mezzo, le nostre imprese, i nostri professionisti, le nostre vite, sospese tra un passato che non tornerà e un futuro che ancora non riusciamo a decifrare.

Il numero 122 ci dice che il modello attuale di creazione e distribuzione del valore è rotto. Che i dazi sono cerotti su un’emorragia. Che l’AI non è solo una tecnologia ma una forza di riorganizzazione sociale paragonabile alla scoperta dell’agricoltura o alla rivoluzione industriale.

L’Europa, l’Italia, le nostre imprese guardano questa frattura americana pensando di avere tempo. Non ne abbiamo. La polarizzazione è un virus che si diffonde attraverso i mercati globalizzati, le catene del valore, le aspettative sociali.

La vera strategia non è scegliere tra protezionismo e innovazione. È capire che stiamo entrando in un’era dove le categorie del Novecento – capitale e lavoro, produzione e consumo, nazionale e globale – sono obsolete. Servono nuove categorie, nuovi contratti sociali, nuove forme di distribuzione del valore.

Il futuro appartiene a chi saprà costruire ponti sopra questa frattura.

Non appartiene a chi si illude di poterla ignorare né a chi pensa di poterne approfittare. Perché quando la distanza tra le due sponde diventa troppo grande, il ponte crolla. E sotto ci siamo tutti.

La storia ci insegna che le società che sopravvivono alle grandi transizioni sono quelle che riescono a trasformare la tecnologia in civiltà, l’efficienza in equità, il progresso in prosperità condivisa.

Non è idealismo. È l’unica strategia sostenibile in un mondo dove un essere umano può valere 122 volte un altro.

E dove quel numero continua a crescere.

In Metis, quando costruiamo le analisi di scenario ci interroghiamo su tutto questo, quando realizziamo le mappe strategiche con il team execution inseriamo variabili esogene che tengono in giusto conto questi cambiamenti epocali. E quando scriviamo per la categoria PUNTI CARDINALI vogliamo riflettere a fondo sul nostro tempo insieme a voi.

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Nicola Parrinello

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