Quando possedere non basta più: cosa significa davvero “fare impresa” secondo la Cassazione
C’è una parola che ogni imprenditore usa almeno una volta: “Sto aspettando.”
Aspetto che si sblocchi la pratica comunale. Aspetto che il mercato torni favorevole. Aspetto che si risolva quella questione burocratica che mi blocca. L’attesa sembra la risposta più sensata quando il problema non dipende da te.
C’è una parola che ogni imprenditore usa almeno una volta: “Sto aspettando.”

Eppure, una recente sentenza della Cassazione (n. 36365/2021) ha ridefinito completamente cosa significa “fare impresa” agli occhi del fisco italiano. E lo ha fatto partendo da un caso che potrebbe riguardare molte realtà imprenditoriali: una società proprietaria di un terreno, bloccata da una procedura di esproprio comunale, che per anni non produce reddito.
Situazione di stallo perfetto, causa di forza maggiore evidente. Il fisco, però, contesta: società di comodo. E la Cassazione conferma.
Questa sentenza non è un attacco agli imprenditori. È un cambio di paradigma che merita di essere compreso, perché ridisegna i confini della responsabilità gestionale e, soprattutto, apre scenari nuovi per chi sa organizzarsi nel modo giusto.
Il Problema Non Era il Terreno
La società aveva un oggetto sociale duplice: produzione agricola e realizzazione di stabilimenti. Sulla carta, tutte le condizioni per essere operativa. Nella realtà, nessuna attività concreta. Niente produzione agricola, niente progetti alternativi, niente tentativi documentati. Solo attesa dell’evolversi della situazione.
Ed è qui che la sentenza diventa illuminante: i giudici non contestano l’esistenza del problema esterno. Contestano l’inerzia gestionale di fronte al problema. Perché non è stato affittato il terreno per uso agricolo? Perché non sono state cercate soluzioni temporanee? Perché non è stato fatto nulla per dimostrare che l’azienda stava ancora producendo valore, invece che limitarsi a possedere un bene?
La risposta della società è stata il silenzio delle prove insufficienti: un contratto di affitto senza firme, un preliminare di vendita subordinato all’esito dell’esproprio. Documenti deboli che non dimostravano alcun tentativo concreto di gestione attiva.

Cosa Cambia Davvero
La sentenza stabilisce tre principi che ogni imprenditore dovrebbe conoscere:
L’onere della prova è tuo. Quando il fisco contesta che sei una società di comodo, tocca a te dimostrare il contrario con prove granitiche. Non basta dire “avevo un problema reale”. Serve documentare i tentativi concreti, le iniziative misurabili, i contratti validi che dimostrano che hai fatto tutto il possibile per mantenere l’operatività.
La legge oggi pretende un Piano B. La Cassazione cita l’articolo 2086 del Codice Civile e l’obbligo degli adeguati assetti organizzativi. Cosa significa? Che l’azienda deve essere strutturata per anticipare e reagire alle crisi. Non più “vediamo cosa succede”, ma “abbiamo previsto scenari alternativi e abbiamo gli strumenti per attivarli”.
L’inazione non è più una strategia proteggibile. La Business Judgment Rule continua a proteggere le scelte imprenditoriali, anche quelle sbagliate. Ma non protegge l’assenza totale di scelte. Quando c’è immobilismo assoluto e mancanza di pianificazione, il giudice può e deve constatarlo.
L’Opportunità Nascosta
Qui emerge il punto fondamentale: questa sentenza non è una minaccia per chi gestisce con metodo. È un problema solo per chi improvvisa o si limita a possedere patrimonio attraverso una forma societaria.
Per chi ha una visione strategica dell’impresa, questa evoluzione normativa rappresenta un’opportunità. Perché? Perché gli adeguati assetti organizzativi, la pianificazione strutturata, il controllo di gestione non sono più solo “buone pratiche”. Sono diventati lo standard con cui si misura la professionalità imprenditoriale.
Chi li adotta non solo si protegge da contestazioni fiscali. Costruisce un’organizzazione più solida, più resiliente, più capace di attrarre capitale e opportunità. Chi invece naviga a vista, senza strumenti di pianificazione e controllo, si espone a rischi che un tempo erano invisibili e oggi sono cristallini.

La Domanda che Conta
La vera questione che questa sentenza pone non è “come evito di essere contestato dal fisco”, ma “la mia azienda è organizzata per reagire alle difficoltà o sta semplicemente aspettando che passino?”
Perché se l’organizzazione è strutturata solo per possedere e non per produrre, se non hai strumenti per monitorare la sostenibilità delle decisioni, se non hai mai formalizzato un piano strategico che preveda scenari alternativi, allora questa sentenza ti sta dicendo una cosa molto chiara: è il momento di cambiare approccio.
Non per paura del fisco, ma per costruire un’impresa che attraversi il tempo invece di subirlo.
La Via da Seguire
Gli adeguati assetti organizzativi non sono burocrazia. Sono la differenza tra un’azienda che reagisce agli eventi e un’azienda che li anticipa. Tra chi viene travolto dalle difficoltà e chi trova sempre una strada alternativa. Tra chi dimostra di fare impresa e chi semplicemente possiede un patrimonio.
La buona notizia è che questi strumenti esistono, sono concreti e sono applicabili a qualsiasi dimensione d’impresa. La Balanced Scorecard, i sistemi di controllo di gestione, la pianificazione strategica strutturata: non sono lussi per grandi aziende, ma necessità per chiunque voglia costruire un’attività sostenibile nel tempo.

