Il paradosso dell’asino di Buridano
C’è un paradosso che attraversa silenziosamente le nostre giornate lavorative. Non lo vediamo perché siamo troppo impegnati a viverlo.
L’asino di Buridano, nella celebre metafora filosofica, moriva di fame tra due mucchi di fieno, incapace di scegliere. Oggi, nelle aziende italiane e negli studi professionali, assistiamo a una variante più crudele: la paralisi non nasce dall’abbondanza di opportunità, ma dalla molteplicità di minacce simultanee.
I numeri raccontano una storia che conosciamo fin troppo bene. Trentamila aziende a rischio chiusura, non per mancanza di idee o di mercato, ma per l’impossibilità di far quadrare il cerchio tra piano economico e piano finanziario. Margini che si assottigliano mentre i costi dell’energia mordono. Centottanta giorni di dilazione che trasformano ogni impresa in una banca involontaria.
Ma il vero dramma non sta nei numeri. Sta in quello che i numeri nascondono.
Quando tutto è urgente, niente è davvero prioritario. Quando ogni decisione sembra questione di vita o morte, la capacità di scegliere si atrofizza. È quello che accade negli studi dei commercialisti, sommersi da scadenze che si accavallano come onde in tempesta. È quello che accade nelle PMI, dove il quotidiano divora qualsiasi spazio per il pensiero strategico.
La risposta istintiva è cercare nuovi strumenti, nuove soluzioni, nuovi consulenti. Digitalizzazione, sostenibilità, internazionalizzazione – parole che promettono salvezza ma che spesso aggiungono complessità a una situazione già al limite. Come se a un naufrago che sta annegando offrissimo un manuale di nuoto invece di un salvagente.
Eppure, c’è un’altra strada. In Metis abbiamo osservato un fenomeno ricorrente. Le aziende che superano le crisi non sono quelle che corrono più veloce in tutte le direzioni. Sono quelle che si fermano un istante – solo un istante – per ritrovare il proprio nord. Non servono rivoluzioni. Serve una bussola che funzioni.
Prendiamo il caso di un’impresa manifatturiera della provincia di Trapani. Fatturato in calo, tensioni di liquidità, il titolare che passava le notti a rincorrere emergenze. La svolta? Non è arrivata da un nuovo software gestionale o da un finanziamento ponte. È arrivata quando ha capito che il suo vero problema non era vendere di più, ma sincronizzare meglio quello che già faceva. Produzione, vendite, incassi – tre ingranaggi che giravano ognuno per conto proprio.

La strategia non è un lusso per tempi di abbondanza. È l’ossigeno per tempi di crisi.
Il commercialista che dedica anche solo due ore al mese a ripensare il proprio modello di servizio scopre opportunità che la routine quotidiana rendeva invisibili. L’imprenditore che mappa i propri processi critici – non tutti, solo quelli vitali – trova leve di miglioramento che nessun consulente esterno potrebbe individuare.
C’è una differenza sostanziale tra reagire e agire. Chi reagisce è sempre un passo indietro, sempre in affanno, sempre sul bordo del precipizio. Chi agisce ha una visione, per quanto semplice, di dove vuole andare. E soprattutto sa riconoscere quali battaglie può permettersi di perdere per vincere la guerra.
Il metodo esiste. Non è complicato, è essenziale.
Primo: identificare il cuore pulsante dell’attività. Ogni realtà ha un nucleo di valore unico, qualcosa che fa meglio o diversamente dagli altri. Può essere un processo produttivo, una relazione consolidata, una competenza specifica. Quello va protetto a ogni costo.
Secondo: distinguere tra urgente e importante. Le scadenze fiscali sono urgenti, ma è importante avere un sistema che le gestisca senza stress. I pagamenti dei clienti sono urgenti, ma è importante avere processi che li rendano prevedibili.
Terzo: creare cruscotti semplici. Non servono cento indicatori se tre bastano a tenere il polso della situazione. In Metis utilizziamo strumenti che sembrano complessi – dalla Balanced Scorecard al Cruscotto di Controllo – ma che in realtà servono a semplificare, a vedere l’essenziale, a distinguere il segnale dal rumore.
La trasformazione non richiede rivoluzioni. Richiede metodo.
Un nostro partner, studio commercialista di Milano, ha ridotto del 40% il tempo dedicato alle urgenze semplicemente mappando e standardizzando i processi ricorrenti. Non ha assunto personale, non ha cambiato software. Ha solo messo ordine. E in quell’ordine ha trovato spazio per offrire nuovi servizi ai propri clienti, servizi a maggior valore aggiunto.
Un’azienda di servizi di Marsala ha aumentato la marginalità del 15% senza toccare i prezzi. Come? Identificando quali attività generavano valore e quali lo distruggevano. Sembra banale, ma quanti sanno davvero quanto costa ogni ora di lavoro, ogni processo, ogni decisione rimandata?
L’asino di Buridano è morto perché ha pensato troppo senza un criterio. Le aziende e i professionisti di oggi rischiano di morire perché non hanno tempo di pensare. Ma tra questi due estremi c’è una via: pensare meglio, non di più. Avere un metodo, non improvvisare. Guardare avanti mentre si gestisce il presente.
Il paradosso finale è che proprio quando sembra di non avere tempo per la strategia, è quando ne abbiamo più bisogno.
Perché la strategia non è un esercizio accademico. È la differenza tra subire il cambiamento e guidarlo. Tra sopravvivere e prosperare. Tra essere l’asino di Buridano ed essere chi ha chiaro dove andare, anche quando la strada è in salita.
La tempesta che stiamo attraversando metterà alla prova molti. Ma come ogni tempesta, premierà chi ha saputo mantenere la rotta, non chi ha navigato a vista.
La domanda che resta sospesa, quella che ognuno deve porsi nel silenzio della propria riflessione, non è se permettersi il lusso della strategia.
È se possiamo permetterci di farne a meno.

