Perché i nuovi dazi non sono un errore. E cosa deve cambiare oggi chi esporta negli Stati Uniti
C’è un modo di affrontare la realtà che è proprio dei grandi imprenditori e dei leader lucidi: non fermarsi alle apparenze, ma cercare di comprendere le logiche profonde che muovono gli eventi.
Nel nostro lavoro, ogni giorno, ci troviamo a decostruire narrazioni semplicistiche e a rivelare scenari più complessi, ma anche più utili per chi vuole guidare davvero la propria impresa nel tempo che stiamo vivendo.
Oggi parliamo dei dazi americani, del ruolo del dollaro e di Donald Trump. Ma non per fare analisi politica. Lo facciamo perché questi temi hanno ricadute concrete sulle imprese italiane che esportano. E perché – come sempre – non è nei proclami che si trova la verità, ma nella capacità di leggere strategicamente i segnali.
Un errore? O un disegno strategico?
Molti, anche tra gli addetti ai lavori, liquidano l’aumento dei dazi deciso da Trump come una follia protezionista. Una misura sbagliata, che danneggerà tutti, che andrà ritirata, che non durerà.
Eppure, come racconta anche Federico Rampini, ciò che sembra impulsivo è in realtà profondamente voluto. Gli economisti vicini al pensiero “MAGA” (Make America Great Again) sono perfettamente consapevoli degli effetti dei dazi sul dollaro.
E non li temono. Li desiderano.
La teoria è semplice: un dollaro meno amato, meno forte, meno desiderato dai mercati mondiali, aiuterebbe gli Stati Uniti a reindustrializzarsi. Farebbe bene all’economia reale, stimolerebbe la produzione interna, rafforzerebbe l’occupazione. Sarebbe un antidoto alla “malattia olandese”: quella condizione in cui la ricchezza apparente (esportare la propria valuta) indebolisce le fondamenta produttive.

Cosa significa per chi esporta in America?
Significa una cosa molto semplice, che molti non vogliono sentire: non possiamo più sperare che la politica faccia marcia indietro. I dazi non sono una svista. Sono parte di una nuova strategia.
Quindi, continuare a fare affidamento sull’accesso agevolato al mercato americano è pericolosamente miope. Chi oggi esporta negli USA – o vorrebbe farlo – deve iniziare a ripensare la propria presenza sul mercato, con scelte concrete, realistiche, calibrate sulla propria dimensione.
In particolare:
- Valutare la possibilità di affidarsi a importatori o distributori locali più strutturati, già operativi sul mercato USA, in grado di assorbire parte del peso doganale;
- Analizzare con attenzione i margini netti per canale di vendita, per capire se esistono alternative commerciali più sostenibili;
- Creare alleanze temporanee o consorzi tra aziende italiane dello stesso territorio per condividere costi di logistica, rappresentanza, comunicazione;
- Diversificare con criterio, non per moda: un nuovo mercato estero si esplora solo se si hanno risorse (economiche, mentali e organizzative) per farlo;
- E infine, in alcuni casi, può avere senso valutare un presidio produttivo locale, ma solo se i volumi e le economie di scala lo rendono sostenibile: non è una soluzione per tutti, né da affrontare con leggerezza.
In Metis lo diciamo spesso: la strategia non è un piano scritto una volta per tutte. È una postura mentale. È capacità di leggere, adattarsi, prevedere.
Pensiero profondo, guida silenziosa
Non stiamo difendendo Trump. Non è questo il punto.
Stiamo dicendo che chi guida un’impresa oggi non può permettersi di pensare in bianco e nero. Deve leggere il mondo con lucidità, vedere le forze che si muovono dietro le dichiarazioni pubbliche. Deve avere il coraggio di cambiare paradigma.
Oggi più che mai serve un pensiero strategico profondo, colto, consapevole. Un pensiero che non urla, ma osserva. Che non rincorre i proclami, ma li decodifica. Che sa distinguere ciò che cambia da ciò che è mutato per sempre.
Chi lavora con noi lo sa: non vendiamo formule preconfezionate. Offriamo chiavi di lettura, strumenti, accompagnamento. Perché l’intelligenza strategica è la vera risorsa scarsa di oggi.

